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Ricordo a questo punto, per completezza critica, che anche E. Rodríguez aveva già insistito sull'appartenenza al genere comico di No hay cosa como callar utilizzando però argomenti molto diversi: in particolare, quello della consapevolezza degli spettatori che in questa, come in tutte le commedie, sono a parte di tutti gli elementi dell'intreccio (a differenza dei personaggi), cosa che non succederebbe nelle tragedie. Di passaggio, E. Rodríguez mostra di non credere affatto alla possibilità di definire i vari sottogeneri teatrali in modo soddisfacente; curiosamente, esprime questa opinione proprio sulla stessa rivista, e nello stesso numero, in cui Arellano pubblica il lavoro da cui abbiamo preso le mosse, e che è animato da una convinzione opposta (E. Rodríguez, Antes que todo es la acción: para una lectura de No hay cosa como callar de Calderón», Cuadernos de teatro clásico, I (1988), pp. 143-152).
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Tra le tante letture che criticano la conclusione della commedia come ipocrita, come una confitta per la donna e per i suoi sentimenti, citerò ancora, oltre ai già ricordati Sloane, Mujica e Wardropper, J. Iturralde, («La mujer, el honor, el silencio en No hay cosa como callar de Calderón», Anuario de Letras Modernas, México, UNAM, 1 (1983), pp. 35-42) che, come sottolinea già M. F. Déodat, non comprende il significato profondo del silenzio in quest'opera (M. F. Déodat-Kessedjan, El silencio en el teatro de Calderón de la Barca, Madrid-Frankfurt am Main, Universidad de Navarra-Editorial Iberoamericana-ervuert Verlag, 1999, p. 258).
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Mentre è possibile in quelle che potremmo definire «tragicommedie» o «drammi», come La villa es sueño: si pensi alla traiettoria di Rosaura, che riesce, con coraggio e dissimulazione, a recuperare l'onore perduto (si noti che, curiosamente, anche ne La vida es sueño trova posto, seppure in modo marginale, il motivo del «ritratto della dama»; sul quale si può vedere il mio lavoro in corso di stampa «L'altra dama e il suo ritratto: somiglianze e differenze tra La dama duende e No hay cosa como callar», (Atti del convegno «Tra parola e immagine: effigi, busti, ritratti nelle forme letterarie», Macerata-Urbino, 3-5 aprile 2001).
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Un'analisi molto suggestiva de El pintor de su deshonra e in particolare del personaggio di Serafina come eroina calderoniana dell'onore, sconfitta dal suo essere donna e circondata da uomini non all'altezza del loro «yo fundamental» aristocratico, è quella che conduce M. Vitse in Segismundo et Serafina, Toulouse, France-Ibérie Recherche, 1980.
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Alcune somiglianze tra No hay cosa como callar e El alcalde de Zalamea sono già state notate dalla critica; ad esempio, il rapporto fra il monologo di don Juan in apertura del I atto e quello di don Alvaro ne El alcalde de Zalamea (I, vv. 969-1010), sottolineato da E. Rodríguez («Antes que todo es la acción», citato, p. 147); oppure la presenza della venera (M. McKendrick, «La venera de Isabel Crespo: resonancias de un objeto material», in Calderón, protagonista eminente del barroco europeo, tomo I, edición de K. & T. Reichenberger, Kassel, Reichenberger, 2000, pp. 319-335). Allo stesso modo, già M. F. Déodat-Kessedjan ha notato il parallelo possibile tra No hay cosa como callar e El pintor de su deshonra (M. F. Déodat-Kessedjan, El silencio en el teatro de Calderón de la Barca, citato, pp. 260-262). Ha anche notato (p. 256 nota 96) che le soluzioni possibili per il disonore della donna sono le stesse in No hay cosa como callar e in El alcalde de Zalamea, solo che vengono presentate in ordine inverso.